L’occhio metaforico

Ho inteso la fotografia sempre in senso antidocumentaristico, inseguendo per quello che la suggestione e la tecnica mi concedevano una temporalità emozionale. La mia è una narratività metaforica che cerca la trasfigurazione poetica del qui ed ora dello scatto fotografico. Mi piace pensare che le “cose” ritratte non siano mai state se non nel mio occhio o più presuntuosamente che la verità di quell’attimo eterno si sia rivelata al mio occhio che ha avuto la forza di dissolvere la miseria della carne nel suo referente platonico. E’ una poetica vecchia e trita, mi rendo conto, ma nessuno può scegliere la propria verità per quanto banale appaia agli altri: è vero perchè necessario.

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L’evento non virtuale

Per secoli nelle arti visive l’evento è stato un accadimento interiore, una ricostruzione psicologica del fatto cronologico; poi sono arrivati il cinema e la televisione, e il visivo è divenuto narrazione compiuta. Da questa limitante condizione estetica le arti visive non sono riuscite pienamente ad uscire nemmeno con l’avvento del videoclip musicale e dell’ animazione web.
La narrazione non è di per sé estranea alla natura del vedere, ma il movimento visivo non conduce necessariamente ad una ricostruzione cronologica degli eventi e ciò senza rinunciare alla capacità che gli accadimenti hanno di veicolare significati razionali ed emozionali.

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Della materia del vedere

Modellare la realtà anche solo quella visiva, riproducibile, immaginaria e dichiaratamente illusoria, può dare l’impressione di un atto innaturale. Il gesto appare sempre un po’ blasfemo poiché scimmiotta la principale prerogativa di Dio, anche se la manipolazione è quella di una materia artificiosa. Anzi proprio il fatto che sia una materia illusoria come quella delle “icone” ad essere plasmata, rinvia a furori iconoclasti. D’altro canto non è stato forse detto che l’uomo è fatto della stessa materia dei sogni?

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